Richard Sennett
-
— Mara Benadusi Tessere nella lunga durata come scelta vitale
-
Mara Benadusi a Palazzo Pedagaggi
Dipartimento di Scienze politiche e sociali, Palazzo Pedagaggi, Catania.
Catania A destra: mercato “Fera ’ô Luni” a Catania;
a sinistra: incontro con gli studenti alla “Fera” per una sessione sperimentale del corso di laurea magistrale in Antropologia del Mediterraneo.
Mara con il presidente dell’Associazione CSA al Cantiere Navale Rodilico di Zio Turi, Acitrezza.
Amici del Cantiere Navale Rodolico spostano una barca.
I progetti devono ricevere vita, diventare creature feconde di nuove possibilità, non sterili ingranaggi della competizione accademica.
Diventiamo quel che facciamo, dice Mara Benadusi. E per dare vita ai progetti, alle relazioni, alle trasformazioni – bisogna esserci. Nel tempo lungo. Quello che non corrisponde ai ritmi delle pubblicazioni o ai cicli dei finanziamenti. Le motivazioni di questo modo di fare ricerca Mara le ritrova negli anni Settanta, a Borgata Fidene. I suoi genitori, con altre famiglie – al seguito di Don Antonio Benazzi, prete che voleva lavorare nelle periferie – si trasferirono in questa borgata fuori dal raccordo anulare di Roma. A Fidene la scuola non c’era. Le famiglie la rivendicarono, la costruirono. Erano impegnati: comitati, doposcuola, servizi. Mara visse lì fino ai quattordici anni, profondamente legata alla borgata ma consapevole delle differenze. La sua era una famigliaborghese, intellettuale, mentre i genitori delle amiche erano operai, edili, falegnami, venditori ambulanti. Si sentiva costantemente in bilico tra due mondi. Questa posizione diventerà la cifra del suo modo di stare nei rapporti, costruendo ponti nelle contraddizioni. Le piaceva fare teatro. A diciott’anni si iscrisse a una scuola che applicava il metodo di Orazio Costa Giovangigli, basato sulla mimesi. Per tre anni si allenò nella recitazione in coro, nella collettivizzazione di gesto e parola. Voci diverse che contribuiscono allo sviluppo di un’unica vibrazione e di una storia condivisa.
Fu una lettura suggerita dal suo maestro di teatro, Giuseppe Manzari, che le fece imboccare la strada dell’antropologia. Quello che le restò del teatro fu l’allenamento e l’approccio pedagogico. La tenacia, il lavorare con gli altri, l’improvvisazione creativa. Lo trasferì in tutto: nei progetti ha sempre cercato gruppi eterogenei, quel canto collettivo con cui intessere relazioni e costruire comprensione comune.
Dal 2008, quando si è trasferita a Catania, Mara ha sviluppato una modalità particolare di intendere e praticare il lavoro universitario. La didattica è molto intensa, anche per via della parte sperimentale fuori dall’aula. Esplorare la dimensione del campo, lavorare in gruppo, porsi domande e cercare risposte con empatia e discrezione. I percorsi di ricerca si intrecciano con l’insegnamento. Ha lavorato per anni nei mercati storici della città, la Pescheria e la Fera ’ô Luni, con laboratori didattici e percorsi di mappatura partecipata insieme a ragazzi delle scuole medie, abitanti, ambulanti. Sono cantieri di ricerca che devono avere vita lunga. Occupandosi di disastri e squilibri ambientali e climatici, Mara non riesce a immaginare una fine totale delle esperienze che avvia, dei percorsi, dei legami. Se hai chiesto alle persone di aprire spazi di comprensione reciproca, non puoi pensare che quella responsabilità si esaurisca quando finisce il progetto. Anche al suo primo terreno di ricerca in Sri Lanka torna periodicamente, a distanza di anni.
La sua testa va sempre oltre. Quando arrivò in Sicilia fu colpita dalla zona industriale del siracusano con le sue ciminiere fumanti, la contaminazione ambientale. Nel 2014 iniziò un cantiere di studio ancora attivo. Non si reca più sul campo con l’assiduità di un tempo, ma riesce a seguire le trasformazioni in corso perché c’è una sua dottoranda tedesca, Luisa Mohr, che ricuce le fratture in un territorio diviso tra attivisti contro l’industria e chi ha vissuto grazie alla ricchezza del petrolio. Un lavoro sulla riparazione che Mara sognava ma non era riuscita a realizzare pienamente.Passare il testimone, portare avanti ricerche longitudinali – questa dimensione della durata e della tessitura – per lei è fondamentale. Prendersi carico della frammentazione sociale e personale che le contraddizioni implicano: non negarle, ma lavorare pazientemente per ricucire legami attraverso di esse. È questo lavoro di intelaiatura che permette di tenere insieme realtà che sembrano incompatibili, di costruire connessioni dove altri vedono solo fratture.E poi c’è la capacità di avviare progetti competitivi, internazionali. Progetti europei Horizon, consorzi di dottorato Marie Curie – una chiave della competitività accademica. Mara preferisce pensare che questa capacità vada al servizio delle persone e delle comunità, in chiave vitale e germinativa. I progetti devono ricevere vita, diventare creature feconde di nuove possibilità, non sterili ingranaggi della competizione accademica.La sfida è fare in modo che le progettualità – anche quelle con budget, rendicontazioni, complicazioni amministrative – non si chiudano nel tempo limitato del finanziamento ma si inanellino per il lungo periodo. Per gli esiti concreti, per i processi che possono generare, per il significato che esse assumono per le persone. Trovare e infondere un senso profondo anche in quelle attività che sembrano meno significative e in questo modo insufflare vitalità e afflato di largo respiro.
Per Mara conta che il suo lavoro serva allo sviluppo di una narrazione sociale da cui possano originare cambiamento ed emancipazione. Come nel coro greco, le diverse voci contribuiscono a un movimento collettivo. Vuole mantenere aperto uno spazio di dissonanza narrativa, trasformandolo in occasione di riflessione.
Sostiene che le posizioni rigide ostacolano la comprensione e che per capire davvero bisogna sapersi inserire nelle fenditure della Storia e nelle zone d’incertezza, con sensibilità e grande modestia intellettuale. Nel siracusano, Mara ha incontrato un giovane militante che lottava contro l’inquinamento industriale e la mafia. Un giorno le ha confidato: «Io ce l’ho in famiglia questo tarlo: mio zio… la sua connivenza con la mafia mi ha insegnato cosa significhi quel mondo, e da lì sono diventato quello che sono, non per ripudio ma per riconoscimento nella distanza.»
Raccontare queste traiettorie esistenziali non solo in termini di giustizia o ingiustizia significa fare una scelta di presenza. Le cose si capiscono meglio se si esplorano le zone d’ombra, i dettagli minuti e le sfumature della vita quotidiana. Non rappresentare paladini del bene o del male, ma sostare nelle contraddizioni: ecco la vera sfida.
Prendere parte, non necessariamente prendendo una parte. Le vite degli altri non è detto rispecchino le nostre vedute personali sul mondo.Se diventiamo ciò che realizziamo, Mara sa nutrire progetti, accompagnarli e partecipare con costanza al loro fiorire. Ha imparato a mettere la capacità di guidare iniziative complesse al servizio delle comunità con cui lavora, favorendo la crescita reciproca nel tempo. In ogni gesto, in ogni relazione, nelle idee condivise. Sa intessere narrazioni collettive, dove anche nelle zone più oscure emergono spazi di autonomia. Vale la pena costruire insieme, sperimentare, ricomporre finché le idee diventano vive, palpitanti. Presenza. Con energia e appassionata vitalità.
Le date chiave di Mara Benadusi
1994-1997 · La formazione teatrale le insegna a conoscere il mondo attraverso corpo, voce e lavoro corale. Da una lettura importante nasce l’incontro con l’antropologia: il corpo come luogo in cui la società prende forma.
1998-2002 · Il dottorato in antropologia dell’educazione affina lo sguardo su come si apprende: attraverso pratiche, relazioni, tempi lunghi. La conoscenza come processo costruito insieme.
2004 · Lo tsunami dell’Oceano Indiano orienta la ricerca verso lo studio critico dei disastri: disuguaglianze, conflitti, potere nei processi di ricostruzione.
2008 · Trasferimento in Sicilia. Nasce l’interesse per i paesaggi industriali legati alla raffinazione del petrolio.
2014 · Avvia una ricerca sul tardo industrialismo e transizione energetica, con pratiche collaborative.
2022-2026 · Progetto europeo BioTraCes. Ricerca-azione nella Valle del Simeto con comunità che difendono il fiume. Pratica condivisa: presenza, confronto, negoziazione.
-
— Jérôme Santolini Catastrofi, consapevolezze, trasformazioni
-
Jérôme Santolini
Conferenza “Per una ricerca più aperta, critica e vivente”. Dialogano Stengers, Santolini e Considère, Università di Lille.
Conferenza “Per una ricerca più aperta, critica e vivente”. Dialogano Stengers, Santolini e Considère, Università di Lille. Conferenza “Per una ricerca più aperta, critica e vivente”. Dialogano Stengers, Santolini e Considère, Università di Lille. LILLIAD Learning Center Innovation, Lille.
Costruire il sentiero percorrendolo, coltivare domande invece di imporre risposte
Jérôme Santolini è un biochimico che studia lo stress ossidativo al CEA-Saclay. Ma quando parla del suo lavoro, non parla di molecole. Parla di crisi. Di un sistema di crisi – ecologica, climatica, sanitaria, sociale, politica – che sono manifestazioni di un problema più profondo: il rapporto che la nostra civiltà ha costruito con il mondo. - Per Jérôme le crisi non sono catastrofi da evitare. Sono fratture che rendono visibile ciò che resta nascosto. Sono spazi dove i rapporti di forza diventano evidenti, dove le contraddizioni emergono, dove diventa possibile immaginare qualcosa di diverso. Le crisi sono opportunità di trasformazione.
Questa non è una posizione comoda. Jérôme sa che le scienze moderne hanno partecipato a costruire la grande narrazione della Modernità – progresso, ragione, sviluppo. Sa che questa narrazione è sempre stata arrogante, brutale, cieca. E sa che gli scienziati hanno fallito nel raccontare le crisi, perché raccontarle davvero significa mettere in discussione quella narrazione e il proprio ruolo.
Ma Jérôme ha scelto di abitare questo fallimento, di farne lo spazio della sua azione.
Quando scopre che nelle mense scolastiche i bambini mangiano in contenitori di plastica che rilasciano interferenti endocrini, non si limita a pubblicare. Viene coinvolto in Cantine Sans Plastique, un’iniziativa collettiva in cui i genitori colpiti dallo scandalo sanitario delle plastiche alimentari si incontrano non per raggiungere un accordo finale ma per condividere preoccupazioni, conoscenze e domande. Jérôme partecipa come biochimico esperto, ma scopre che è un processo di apprendimento collettivo dove anche lui impara: dalle preoccupazioni dei genitori, dalle conoscenze pratiche dei cuochi, dalle resistenze degli amministratori. Non è divulgazione scientifica, è trasformazione reciproca. Nel 2018 questa mobilitazione ottiene una legge che vieta la plastica nelle mense.
Si interessa così a un altro scandalo sanitario che ha per protagonisti gli additivi a base di nitriti nelle carni lavorate: pur essendo ormai accertato il legame tra questi additivi e il cancro al colon-retto, una malattia che miete migliaia di vittime ogni anno in Europa, il Ministero dell’Agricoltura ha scelto di non fare nulla.
Jérôme ha capito bene come le agenzie regolatrici abbiano fallito nel mettere a frutto le conoscenze scientifiche per guidare le decisioni che contano davvero. Rifiutandosi di piegarsi al conformismo e alla colpevole inerzia delle istituzioni, ha provato a trasformare quella che sembrava una mera questione tecnica in una sfida politica e scientifica.
Per Jérôme la responsabilità è capacità di rispondere agli appelli di chi è coinvolto. È presenza, impegno nel mondo. È accettare che nessuno può avere ragione da solo, che ogni sapere deve essere messo alla prova non solo dai pari ma da tutti quelli coinvolti.
È questa visione a spingerlo verso Scientifiques en Rébellion e a farlo diventare amministratore di Sciences Citoyennes. La scienza che immagina è tutt’altro che isolata: non si barrica nella torre d’avorio, non si piega alle logiche del potere politico-economico, ma si apre alla contaminazione con altri saperi, lasciandosi trasformare da questi incontri.
Li definisce uno “spigolatore”, un “tessitore” di narrazioni, domande e saperi. Raccoglie conoscenze, interrogativi, storie nei laboratori ma anche nelle dimensioni concrete e immaginarie delle nostre vite, cercando di far emergere altri modi di abitare i nostri ambienti di vita. Abbraccia il camminare-domandando zapatista: costruire il sentiero percorrendolo, coltivare domande invece di imporre risposte. Parla di rigenerazione, di mettere fine all’Antropocene: cambiare radicalmente il rapporto tra umanità e natura, tra scienza e società. La posta in gioco è trovare altri modi di abitare la catastrofe.
Quando l’estrema destra ottiene un risultato record alle elezioni e Macron scioglie l’Assemblea Nazionale, la reazione angosciata di Jérôme è quasi fisica. Ma l’angoscia si trasforma. Ha visto scritto: “Peggio del rumore degli stivali, il silenzio delle pantofole”. Ha capito che questa è un’altra crisi, un altro spazio dove agire.
Dice: siamo la società che si difende. Non solo ricercatori, ma cittadini che usano la scienza per difendere il futuro. E difendere non significa conservare ma trasformare.
Jérôme sa che una legge sulle plastiche non risolverà la crisi sistemica. Sa che non basta denunciare nitriti, interferenti endocrini, pesticidi... per fermare la “litania” degli scandali sanitari. Ma sa anche che ogni situazione problematica ben costruita, ogni spazio di apprendimento collettivo, ogni trasformazione delle relazioni è un mattone per costruire qualcos’altro.
La sua è una scienza delle crisi e nelle crisi. Una scienza che non cerca di risolvere i problemi ma di trasformare le relazioni. Che non traccia confini tra chi ha ragione e chi ha torto, ma apre spazi dove voci diverse possono farsi ascoltare. Che non educa il pubblico ma partecipa a un apprendimento collettivo. Che abita le contraddizioni e le usa come spazi di azione e possibilità di cambiamento.
Le crisi, per Jérôme, non sono la fine. Sono le fratture attraverso cui qualcosa di nuovo può emergere. Sono gli spazi dove i rapporti consolidati vengono messi in discussione, dove diventa possibile immaginare altri modi di fare scienza, altri modi di stare nel mondo. Sono, paradossalmente, necessarie. Non perché il dolore sia buono, ma perché solo nelle crisi i rapporti di forza diventano visibili e quindi trasformabili.
Jérôme studia la disintossicazione a livello molecolare. Ma la vera intossicazione è sistemica. È nel modo in cui la Modernità ha trasformato il mondo in risorsa, la terra in rendimento, i saperi in performance. E la disintossicazione deve essere altrettanto sistemica: passa attraverso la trasformazione del rapporto che abbiamo con il mondo.
Jérôme Santolini è un biochimico che ha capito che il suo lavoro non è solo studiare molecole ma abitare le fratture del mondo. E in queste fratture, con tenacia, costruisce spazi di trasformazione.
Le date chiave di Jérôme Santolini
1971 · Nascita.
1999 · Dottorato in scienze. Scelta professionale dalla Chimica alla Biologia. Dalla padronanza alla comprensione del Vivente. Nascita di una vocazione: ricercatore.
2004 · Morte di Emile il mio primo figlio in circostanze tragiche. Crollo totale. Ricerca di senso come un’urgenza.
2006 · Nascita Gaspard e Adèle. Famiglia, problemi di salute, incidenti dei miei figli, di mia moglie. Crisi ecologiche e climatiche, empatia, sconvolgimenti. Definire ciò che conta.
2018 · Impegno come necessità. Impegni non volontari. Valori e Saperi: esigenza e resistenza. Responsabilità: nei confronti di chi, di cosa. Riflessività: personale e professionale.
2025 · PCreazione dell’Osservatorio dell’Azoto. Necessità di trasformare e di raccontare. Sperimentazioni e Dispositivi nuovi. Creazione, piacere, condivisione. «Fare conoscenza» altrimenti.
-
— Nic Dickson La gioia come metodo
-
Nic Dickson Gruppo di Danza in Cerchio accompagnato da Nic. Annexe Communities, Glasgow.
Visual Inquiry. Note visuali come metodo di coinvolgimento etico, rappresentazione inclusiva, disseminazione efficace.
School of Health & Wellbeing, interno.
Community Hub alla School of Health & Wellbeing dell’Università di Glasgow.
Nic ascolta quello che le donne le dicono con le parole e con i silenzi, con il corpo e con le resistenze, e da lì costruisce qualcosa insieme. E questa è già una rivoluzione.
Nic Dickson tiene in mano una libellula fatta con un cartone di uova, e quando la mostra alle donne nei gruppi c’è sempre qualcuna che dice che è roba da bambini, ma lei non insiste, non spiega, ascolta. Aspetta. E poi sorride: aspettate di arrivare ai glitter, se vi va, perdiamoci un po’. - Non ha un piano prestabilito da imporre. È che ascolta quello che le donne le dicono con le parole e con i silenzi, con il corpo e con le resistenze, e da lì costruisce qualcosa insieme.
E questa è già una rivoluzione, perché nella ricerca scientifica tradizionale tutto deve seguire un protocollo rigido, un metodo deciso prima che confonde la rigidità con il rigore, mentre Nic ha capito che il vero rigore sta nell’essere abbastanza flessibili da seguire quello che emerge, abbastanza attente da cogliere l’inatteso e comporlo in qualcosa di sensato. È questo che fa sempre: compone armonia da pezzi che altri non vedrebbero nemmeno come componibili.
La sua famiglia le aveva detto di prendere una laurea vera prima di pensare all’arte, e così aveva messo via i pennarelli. Studiò psicologia e sociologia, poi due master. Per anni ha poi lavorato come ricercatrice con questionari prestabiliti, e ogni volta si sentiva come se entrasse, prendesse quello che serviva e se ne andasse, come se quelle persone fossero meri contenitori di informazioni.
Il punto di rottura arrivò con le donne rom, quando dovette dar loro un modulo da leggere e sapeva che non potevano leggerlo. A quel punto si disse: non lo faccio più.
Durante il dottorato svolse la sua ricerca con giovani donne sopravvissute ad abusi e a traumi infantili, in una charity dove si parlava di organizzare sessioni d’arte. Nic: io potrei insegnare arte. Per sei mesi entrò in quella stanza con dodici donne e materiali artistici, aveva preparato con cura un programma di studio, vagliato con attenzione gli aspetti etici. Ma molte non volevano fare quello che inizialmente aveva suggerito. Così, invece di insistere, pensò che fosse meglio ascoltarle. A volte si divertivano, a volte uscivano, ci si confrontava con situazioni traumatiche, e lei imparava a seguire il ritmo di quello che emergeva. Momenti in cui qualcosa si scioglieva perché aveva saputo aspettare, adattarsi.
Fu lì che tutto si ricompose. Scoprì che quello che faceva aveva un nome – “arts-based research” – e che c’erano altre persone che lo facevano.
Fino a poco tempo fa Nic ha lavorato alla School of Health and Wellbeing di Glasgow. Continua ad usare le sue capacità di “scrittura visuale” nella sua ricerca soprattutto con le comunità, cattura le loro parole con immagini e le mostra loro. Porta pennarelli e disegna in tempo reale. È un metodo giocoso. Se qualcuno dice che è come tirare un coniglio fuori da un cappello lei disegna un coniglio e tutti ridono.
Con donne sud-asiatiche che avevano vissuto violenza domestica usò il collage, e mentre si davano da fare con forbici e riviste, parlavano, e grazie alla distrazione rivelavano cose che non avrebbero mai detto.
La storia che ha cambiato tutto iniziò per caso. Adulti in recupero dalle dipendenze: Vieni, parliamo agli studenti di medicina. Nic: Posso disegnarlo? L’idea piacque. Incontrò Lindsay Crawford, una dottoressa che aveva scritto un paper su quegli incontri. Nic: Io ho parlato con la comunità di recupero, questi incontri cambiano la percezione che le persone hanno di sé.
Trovarono un finanziamento e per un anno lavorarono insieme. Il risultato fu un libro a fumetti che ora l’NHS England ha adottato per tutte le scuole di medicina del Regno Unito. L’impatto è enorme. Un professore di Edimburgo lo ha definito geniale. Le persone della comunità piangevano quando leggendolo riconoscevano i propri pensieri, idee e talvolta schizzi. Vera co-produzione.
Nic è una Grade 7, posizione junior, ha un contratto a tempo pieno di quattro anni, ma senza garanzie, tre figli, ha iniziato tardi. Ma proprio questa precarietà, invece di paralizzarla, l’ha resa capace di comporre percorsi dove altri vedrebbero frammentazione. Non ha mai avuto il lusso di un piano a lungo termine, così ha imparato a stare nell’inatteso, a prendere quello che c’era e a tessere insieme questi fili apparentemente sconnessi in qualcosa di coerente e positivo. Per sé e per gli altri. È la stessa capacità che usa nella ricerca: ascoltare quello che emerge, adattarsi, comporre armonia. Quando, recentemente, è uscito l’annuncio per un ruolo di “Community Embedded Researcher” – quattro anni a Stirling – cinque persone le hanno scritto: nessuno ha queste competenze, tranne te. Al colloquio, Nic ha deciso di seguire il suo approccio: ascolterò, mi adatterò. Ha ottenuto il posto.
Quello che Nic fa è ascoltare. Entra: sono Nic, sono qui per imparare. Racconta di sé, che ha tatuato banane, che ha tre figli. E ascolta. Se le parlano del vicino rumoroso quando lei vorrebbe chiedere del cancro, ascolta del vicino rumoroso, perché sa che quello è il punto di partenza, che non si può imporre un percorso dall’alto. Ascolta e poi si adatta, cambia strada. Se qualcuna dice che i pennarelli sono roba da bambini, non insiste, prova il collage. Se il collage non funziona, prova altro. È questa flessibilità attenta, questo seguire il filo di quello che emerge invece di imporre un metodo rigido, che le permette di arrivare dove la ricerca tradizionale non arriva.
Qualcuno le ha regalato un astuccio e lei ci ha scritto sopra il suo nome perché era eccitata. Le porta gioia, ama i pennarelli, ama le libellule fatte con i cartoni.
C’è qualcosa di sovversivo in questa gioia. Di recente ha presentato a Praga il suo lavoro nella “Communiversity” dove quindici membri della comunità sono stati formati per diventare ricercatori tra pari, parlando delle difficoltà incontrate. Il feedback: finalmente qualcuno che ammette che le cose non vanno sempre secondo i piani.
Nic: ho sempre cercato il mio posto, ho sempre voluto usare le arti e lavorare con le persone, ma non sapevo quale fosse il lavoro che potesse contenere tutto questo, e ci è voluto tempo per capire che dovevo inventarlo io.
I pennarelli sono fuori, le libellule pronte. Nic ha trovato il suo posto, un modo di fare ricerca che tiene insieme rigore e cura e presenza, attraverso la gioia, che è il suo contributo: aver dimostrato che la gioia non è il contrario della scienza ma può essere il suo metodo più rigoroso.
Le date chiave di Nic Dickson
1998 · Volontariato con donne con problemi di salute mentale. Scopre il potenziale trasformativo della creatività.
2002 · Scottish Community Development Centre. Dopo viaggi in India, Africa e Sud-est asiatico facilitatrice del cambiamento comunitario.
2008-2012 · Nascita dei tre figli. Esperienza gioiosa e faticosa che ridefinisce la sua comprensione di resilienza, cura e apprendimento.
2016-2023 · Dottorato a Glasgow, ricerca partecipativa basata sull’arte con donne senza dimora e sopravvissute a traumi.
2023-2025 · Ricercatrice a Glasgow.
2024-2025 · Chair di SCUTREA e nuovo ruolo a Stirling. Convergono decenni come artista, educatrice e attivista per la giustizia sociale.
-
— Bertrand Bocquet Le esplorazioni sperimentali di un ingegnere-ricercatore
-
Bertrand Bocquet Lezione al CNAM, Parigi.
Riunione, Boutique des Sciences, Lille.
CNAM, particolare, Parigi.
LILLIAD Learning Center Innovation, Lille.
Come si progetta uno spazio in cui ricercatori di diverse discipline, ma anche ricercatori e cittadini possano lavorare davvero insieme?
Bertrand Bocquet ha passato gran parte della sua vita di ricercatore a congegnare spazi. Spazi dove la ricerca si fa diversamente, dove chi normalmente sta fuori può entrare, dove le discipline si mescolano. E ogni volta impara qualcosa di nuovo su come renderli abitabili. - È un fisico che ha dedicato la sua tesi di dottorato a captare segnali micro-onde così deboli che faticava a credere che esistessero. È uno sperimentatore, ricercatore e apprendista che lavorava ogni mercoledì in ospedale con il suo prototipo di macchinario su pazienti con cancro al seno. Una volta una paziente si è messa a piangere perché non capiva cosa stesse facendo, e Bertrand ha compreso: proprio come la fisica moderna ha scoperto che i fenomeni non esistono in sé ma solo nelle relazioni, così la ricerca non può esistere senza chi la abita. Non si possono comprendere i fenomeni tenendo fuori le persone.
Da lì è cominciata la sua ricerca di altri modi possibili di fare ricerca. Non ha abbandonato l’ingegneria, ha ampliata il campo delle sue possibilità. Ha cominciato a chiedersi: come si progetta uno spazio in cui ricercatori di diverse discipline, ma anche ricercatori e cittadini possano lavorare davvero insieme? È diventato un progettista di architetture collaborative.
E questo non gli ha reso la vita facile.
Tra il 2011 e il 2013 Bertrand costruisce il suo primo spazio sperimentale: un gruppo interdisciplinare con colleghi di biologia, fisica, matematica e sociologia. L’Università di Lille lo riconosce come “équipe émergente” ma con una condizione categorica: dopo due anni dovranno trovare un laboratorio che li accolga, altrimenti sciogliersi. Ma nessun laboratorio vuole un gruppo così eterogeneo. L’università non è strutturata per ospitare questo tipo di spazio. Il gruppo si scinde. Ma Bertrand ha sperimentato un modello, ha capito quali condizioni rendono inabitabile uno spazio interdisciplinare. Nel 2016 una parte del gruppo si trasferisce con lui al CNAM di Parigi.
Contemporaneamente lavora a portare in Francia l’esperienza degli Science Shop, gli “Sportelli della scienza” nati nei Paesi Bassi negli anni Settanta. Sono spazi progettati per rovesciare i rapporti di potere: le associazioni portano domande, il team dello Science Shop le traduce in progetti di ricerca e li realizza grazie al lavoro degli studenti affiancati da ricercatori. È ricerca che parte dai bisogni reali di tutte le parti coinvolte. Un modo diverso di abitare la scienza che solleva il velo sulla scienza “undone”, un’espressione coniata da David J. Hess per riferirsi a quelle aree di ricerca generalmente ignorate, ma che i movimenti sociali o le organizzazioni della società civile spesso identificano come meritevoli di ulteriori approfondimenti.
Nel 2016 Bertrand inaugura la Boutique des Sciences di Lille grazie a un finanziamento di 30.000 euro dalla Regione Hauts-de-France. Ogni anno diffondono un bando, arrivano richieste. Ma Bertrand scopre che non basta aprire uno spazio e mettere le persone in contatto. Uno spazio collaborativo si abita solo se ci sono i giusti strumenti: i ricercatori faticano a cedere il controllo, le associazioni non hanno il linguaggio accademico. Bertrand sviluppa “ingegneria partecipativa”: atelier, world café; lavora sulle posture degli stakeholder e concepisce sempre nuovi strumenti che permettano la negoziazione della domanda di ricerca e la co-costruzione dei saperi. È l’infrastruttura che rende lo spazio abitabile.
Nel 2017 cambia il colore politico regionale e il finanziamento non viene rinnovato. L’attività si riduce da sei progetti a due, ma continua. Piano piano la Boutique viene riconosciuta, ed è infine integrata dall’università nel 2020. Lo spazio si è dimostrato vivibile.
C’è un episodio che racconta questa difficoltà. Nel 2012, lavorando con associazioni ambientaliste, ci hanno messo un anno per arrivare a una domanda condivisa. E quasi ogni volta le persone si scontravano duramente. Scienze dure contro scienze sociali, ricercatori contro attivisti. Lo spazio c’era, le persone c’erano, ma mancavano gli strumenti per abitarlo insieme. E ogni volta Bertrand pensava: la prossima volta non verrà più nessuno. E invece tutti tornavano. Ma un anno era troppo. Servivano dispositivi per rendere lo spazio meno conflittuale e per ottimizzare i tempi.
E così ha fatto. Ha studiato, ha seguito percorsi formativi sulla ricerca-azione partecipativa, ha costruito un repertorio di strumenti che non impongono ma facilitano l’emergere di modi condivisi.
Nel 2024 arriva un riconoscimento. Quando l’università crea un Institut des Transitions Environnementales et Sociales, sono i colleghi che vengono da Bertrand. E Bertrand organizza ateliers di co-creazione. E succede qualcosa: l’istituto, che doveva essere uno spazio solo per la ricerca, si allarga. Chi partecipa fa notare che servono anche spazi per la formazione e per il rapporto con la società. Tre missioni invece di quella della sola ricerca, che si fondono articolandosi su quattro assi tematici concepiti dal basso. Lo spazio si è adattato a chi doveva abitarlo.
Oggi Bertrand è professore emerito: è in pensione dal gennaio 2025, ma continua sulla trasmissione di questi saperi progettuali. È nel Consiglio Scientifico della Boutique des Sciences, continua nell’ITES. La sua soddisfazione è la Boutique, perché dimostra che questi spazi alternativi sono abitabili, vivibili, sostenibili.
Bertrand Boucquet è un ingegnere-ricercatore che ha dedicato la sua carriera a progettare spazi dove la ricerca si fa diversamente. Spazi dove la dimensione umana è al centro. Perché è convinto che questo sia l’unico modo per produrre conoscenza davvero utile. Ha lottato contro strutture universitarie pensate per separare. Ha inventato strumenti, sperimentato dispositivi. E continua, con tenacia metodica e creativa, applicando il metodo scientifico – osservare, sperimentare, apprendere, affinare – non solo ai circuiti ma anche agli spazi di incontro, ai modi di abitare la ricerca.
È l’architetto ostinato di altri modi possibili di fare scienza, e ogni esperienza – ogni spazio costruito, ogni resistenza incontrata, ogni strumento affinato – è un mattone in più nel suo edificio in costante costruzione.
Le date chiave di Bertrand Bocquet
1986 · Inizio della tesi di dottorato sulla misurazione del rumore termico a microonde per caratterizzare i tumori al seno.
2000 · Trasferimento tecnologico del sistema di imaging; collaborazione terminata nel 2002 per ragioni commerciali. Interrogativi sull’innovazione.
2003 · Cambio di orientamento verso i microsistemi microfluidici. Collaborazione con biologi e chimici. Riflessioni sull’interdisciplinarità.
2013 · Creazione del gruppo di ricerca interdisciplinare SCité sui rapporti scienza-società.
2016 · Creazione della Boutique des Sciences a Lille. Integrazione nel laboratorio CNAM di Parigi. Lavoro in ricerca-azione partecipativa.
-
— Marion Carrel L’artigiana dei saperi: imparare a lavorare lentamente
-
Marion Carrel A sinistra: Premio ricerca partecipativa Inrae 2023, categoria co‑costruzione: “Croiser les savoirs avec tou.te.s”.
Scatti realizzati dal video di presentazione del progetto “Espace collaboratif : Croiser les savoirs avec tou.te.s” (ATD Quart Monde, CNAM, Université de Lille, CNRS).
Non c’è metodo miracoloso. C’è solo bricolage paziente, aggiustamenti continui, riflessività collettiva, tempo lungo. E la scoperta che i saperi degli altri sono necessari per capire davvero.
Marion Carrel è una sociologa che ha dovuto disimparare il suo mestiere per impararlo davvero.Negli anni 2000 studiava i quartieri poveri in Francia e le politiche pubbliche di partecipazione. Vedeva fallimenti ovunque: le istituzioni non riuscivano a far partecipare gli abitanti. Ma ha anche incontrato persone che definisce “artigiani della partecipazione”. - Erano professionisti che dagli anni Settanta avevano sviluppato metodi di educazione popolare nei quartieri vulnerabili. Suzanne Rosenberg, Michel Anselme, praticanti del teatro dell’oppresso. Persone che non applicavano ricette, ma costruivano metodi pazientemente, situazione per situazione.
Marion ha capito qualcosa di fondamentale: i metodi partecipativi si fabbricano nel corso dell’esperienza accumulata. Non c’è un metodo miracolo. C’è bricolage, come dice De Certeau. C’è sperimentazione continua, ricerca paziente, riflessiva.
Ma capire questo intellettualmente e praticarlo sono due cose diverse.
Tra il 2019 e il 2023, Marion coordina l’Espace Collaboratif “Croiser les savoirs” – Incrociare i saperi. Una convenzione tra il CNRS, ATD Quart Monde (movimento contro la povertà) e il CNAM. Quattro anni di ricerca partecipativa con tre gruppi: ricercatori accademici, persone in situazione di povertà, professionisti del lavoro sociale.
Il metodo: gruppi di pari che lavorano separatamente sulla stessa consegna, poi si incontrano per incrociare le elaborazioni. Comitato di pilotaggio misto per le decisioni. Riunioni lunghissime.
Marion, all’inizio, trova tutto questo insopportabile. All’università è stata formata a lavorare “sola e veloce”. A scrivere la tesi da sola, a competere, a pubblicare. Perdere pomeriggi interi a discutere con associazioni e operatori sociali su quale consegna dare, su cosa è andato male, su come fare… Le sembra uno spreco di tempo.
“C’était trop long” – era troppo lungo. Non riusciva ad ascoltare. Si agitava.
Ma poi qualcosa cambia. Lentamente, Marion capisce che deve disimparare il modo individualistico e competitivo che l’ha formata. Deve imparare a lavorare “collettivamente e lentamente”.
È stato un processo di apprendimento sofferto. Implica scoprire che la sua conoscenza è parziale. “C’est déstabilisant” – è disorientante. Tutto quello che ha raccontato per dieci anni era vero, ma incompleto. Non aveva capito fino in fondo le difficoltà degli operatori sociali, il silenzio dei poveri, o perché certi dispositivi non funzionavano.
Ha bisogno del sapere degli altri per costruire una comprensione più complessa. E non può trasformare la società da sola.
Marion diventa un’artigiana. Lavora quattro anni in questa bottega collettiva dove si costruisce un metodo passo dopo passo. Gruppi di pari per riconoscere le differenze dei saperi, delle legittimità, dei poteri. Tecniche di animazione precise perché gli accademici non prendano sempre la parola. Riflessività costante.
Non è rigido, non è una ricetta. È artigianato: ogni situazione richiede adattamento. Si costruisce facendo.
Nel 2023 l’Espace Collaboratif vince il premio INRAE per la ricerca partecipativa. Un premio collettivo, ma anche un risultato personale: Marion ha imparato che non esiste una buona o cattiva pratica. Esistono esperienze, si impara facendo, si impara gli uni dagli altri.
E la carriera? Paradossalmente, questo modo lento e collettivo non l’ha frenata, al contrario: le ha dato forza per le sue ricerche. Nel 2017 ottiene l’abilitazione a dirigere ricerche, diventa professoressa ordinaria a Lille. Dal 2022 è co-direttrice del Dipartimento di Sociologia. Nel 2023 riceve l’ESA Best Article Award.
Non nonostante la ricerca partecipativa, ma grazie a essa. Ha prodotto conoscenza diversa, più complessa, più giusta. Ha aperto spazi che altri non vedevano.
Alla conferenza finale de l’Espace Collaboratif, 150 persone da Francia, Québec, Svizzera, Belgio. Ricercatori, persone con problemi di salute mentale, persone in povertà, professionisti. Tutti in riflessività su questioni etiche ed epistemologiche. Un ecosistema artigiano: botteghe diverse che condividono saperi accumulati.
Marion usa per la prima volta l’espressione “artisans de la participation” in un suo libro del 2013. Ma solo dopo quattro anni di Espace Collaboratif capisce davvero cosa significa. Significa costruire metodi con pazienza. Significa lavoro collettivo lento. Significa accettare che la propria conoscenza è parziale e che questa parzialità è destabilizzante ma è anche la condizione per imparare.
Significa fare ricerca radicale: coprodotta dall’inizio alla fine, senza pretesa di neutralità, volta a produrre giustizia sociale. Significa riconoscere saperi subalterni - epistemologia post-povertà, come c’è epistemologia femminista e post-coloniale.
Ma soprattutto significa accettare che non c’è metodo miracoloso. C’è solo bricolage paziente, aggiustamenti continui, riflessività collettiva, tempo lungo. E la scoperta che i saperi degli altri sono necessari per capire davvero.
Marion Carrel è un’artigiana che ha imparato il suo mestiere lentamente, collettivamente, in maniera non lineare. E ora sa che questa è l’unica via per una ricerca che voglia davvero trasformare: non ricette da applicare, ma saperi da costruire insieme, passo dopo passo, con la pazienza e la cura dell’artigiano.
Le date chiave di Marion Carrel
2004 · Dottorato in sociologia (Paris 5) sulla partecipazione degli abitanti nei quartieri emarginati.
2007 · Maître de conférences, Università di Lille.
2017 · Abilitazione (Paris 8). Ricerca su cittadinanza nei quartieri popolari, discriminazioni e metodologie partecipative.
2019-2023 · Ricerca partecipativa “Espace collaboratif : Croiser les savoirs avec tou.te.s” (CNRS, ATD Quart Monde, CNAM).
2020 · Professoressa di sociologia (Lille), laboratorio CeRIES. Direzione Istituto Scienze Sociali (2022-2025).
2025-2028 · Ricerca su cittadinanza e democrazia (progetto DemoCIS) nello Spazio Collaborativo, con ATD Quart Monde e Federazione centri sociali.
-
— John Barry Le madri sulla strada
-
John Barry L’International Wall di Belfast trasformato dagli artisti locali in Palestinian Wall.
Ingresso Queen’s University a Belfast. Statua di Galileo.
Riunione organizzativa tra colleghi.
«Il privilegio è come un semaforo. Serve a proteggere chi attraversa. E se te lo sei conquistato hai il dovere di farlo funzionare per tutti, non solo per te.»
Nel quartiere dove John è nato, a Dublino, c’era una strada dove passavano i camion e le auto andavano veloci. Un bambino morì attraversandola e le madri del quartiere andarono al Comune. Chiesero un semaforo. Sarebbe bastato un semaforo, dissero. L’amministrazione disse no e le madri tornarono alla strada. - Si sedettero sull’asfalto e dissero che non si sarebbero più mosse finché non avessero ottenuto il semaforo. John era piccolo ma capì che a volte votare non basta e scrivere lettere non basta. A volte bisogna sedersi sulla strada e aspettare.
Molti anni dopo John fu il primo della sua famiglia a entrare all’università. Ogni mattina usciva dal quartiere operaio e andava verso quei palazzi dove tutti parlavano con un accento diverso dal suo. Per mantenersi lavorava come sguattero nelle cucine della polizia britannica. Aveva già due lauree ma dovette nasconderle per ottenere quel lavoro. Ogni giorno lavava i piatti e pensava a quello che aveva studiato e a quello che stava facendo.
Oggi John è Professore di Green Political Economy alla Queen’s University di Belfast. Ha diretto il Centre for Sustainability, Equality and Climate Action e ha presieduto la Belfast Climate Commission che è nata dalla collaborazione tra università e municipio. Il suo lavoro è trasporre la ricerca accademica in politiche concrete. Ha status e autonomia e tempo e influenza. È professore ordinario, maschio, bianco, eterosessuale. È protetto e riconosciuto e al sicuro.
Ma non ha dimenticato le madri sedute sulla strada.
John sa che non tutti possono permettersi quello che fa lui. Tra i colleghi più giovani ci sono quelli con contratti precari e c’è chi ha paura e chi ha bisogno dello stipendio. Per questo si impegna nel sindacato, non per proteggere sé stesso perché la sua pensione va bene, ma per proteggere loro.
«Molti miei colleghi sono marxisti e socialisti e femministi», dice, «ma lasciano tutto dentro i libri. Per me non puoi essere coerente se parli solo in aula. Poi devi anche presentarti alle proteste.»
John si presenta alle proteste. È stato consigliere comunale per sette anni e leader del Green Party in Irlanda del Nord e militante di Extinction Rebellion. Indossa magliette con scritte che danno fastidio e parla con un linguaggio che fa arricciare il naso ai professori eleganti. «Il pianeta è letteralmente in fiamme», dice. «Non pensi che questo richieda una risposta forte?»
Gli anni continuano a passare e John invecchia in quel privilegio che ha conquistato centimetro per centimetro. Pubblica articoli peer-reviewed e dirige il centro di ricerca e appare sui media locali a parlare di clima. Lavora nel solco tracciato dalle madri sulla strada e quella è stata la lezione di politica più importante, quella che nessun libro gli ha insegnato meglio.
«Il privilegio è come un semaforo», dice John. «Serve a proteggere chi attraversa. E se te lo sei conquistato hai il dovere di farlo funzionare per tutti, non solo per te.»
C’è una domanda che John si fa da sempre: «Chi sono io?» Non cosa devo fare, ma chi sono io. La risposta è salda come l’asfalto sotto i piedi delle madri: qualcuno che non dimentica da dove viene.
A volte la sera, quando l’università si svuota e le aule restano vuote, John pensa a sua madre e alle altre donne. Si chiede se abbiano capito che quello che fa adesso – aprire le aule e protestare e usare la sua posizione protetta – è solo un modo diverso di sedersi sulla strada.
La politica è sempre la stessa. Non lasciare che il mondo ti passi sopra. E quando hai la forza e il privilegio e lo spazio, fare largo per chi viene dopo.
Le madri lo sapevano. John lo ha imparato da loro.
Le date chiave di John Barry
Settembre 1975 · Omaggio alla salma del Presidente de Valera al Castello di Dublino. Noia infantile mista alla percezione confusa di assistere a qualcosa di storico.
Marzo-Ottobre 1981 · Scioperi della fame dell’IRA. Dieci morti. Bandiere nere sui lampioni del quartiere operaio. Immagini delle manifestazioni occupano i telegiornali.
Giugno 1996 · Dottorato a Glasgow sull’economia politica post-crescita.
Giugno 1998 · Nascita della figlia Saoirse. Le “generazioni future” da concetto astratto diventano persona reale.
Ottobre 2011-2018 · Consigliere del Partito Verde. Accademico, padre, marito. Esperienza che approfondisce la visione sui limiti del capitalismo e della democrazia rappresentativa liberale.
-
— Campsbourne Community Collective Una stanza tutta per noi: convivialità, reciprocità, futuri possibili
-
Kurdish Advice Centre, Haringey, Londra.
Incontro al Kurdish Advice Centre con il collettivo Campsbourne Community Collective (CCC).
Housing matters. Gli artisti del quartiere si mobilitano per un futuro migliore.
Monitoraggio delle disponibilità di alloggi a prezzo calmierato ad Haringey.
In quell’istante Jude ha capito. Non era lei che aiutava loro. Era parte della comunità. Anche lei, con le sue vulnerabilità.
Sul confine che divide l’Haringey ricco dall’Haringey povero, dove i binari della ferrovia tagliano Londra in due settori contrapposti, c’è un complesso residenziale popolare che sulla mappa del deprivation index appare come una macchia scura in mezzo al bianco della ricchezza. - È lì che ogni venerdì, in un edificio sgangherato che è stato tante cose – centro femminista nero negli anni Settanta, pub operaio, un centro giovanile e ora un centro di consulenza per migranti curdi – si riunisce un collettivo che ha fatto della precarietà la sua forza e della ricerca la sua arma.
Il Campsbourne Community Collective – formato da residenti originari dall’Africa, dai Caraibi, dalla Turchia, dal Kurdistan e dal Bangladesh – non ha statuto, non ha gerarchia. Ha una regola: chiunque vive o lavora nel complesso residenziale può venire, proporre, realizzare. E ogni settimana la stragrande maggioranza del gruppo si presenta, perché mangiare insieme è la cosa più importante.
Tra chi arriva c’è Jude Fransman. Per molto tempo Jude ha pensato di essere lì per aiutare. Ha un background da migrante politicizzata: i suoi genitori ebrei sudafricani erano attivisti anti-Apartheid, è cresciuta in Scozia ma ha studiato in parte in Giappone dove è stata etichettata come sporca straniera. Dei trascorsi che hanno alimentato l’interesse per la differenza e la connessione e l’hanno guidata nella carriera accademica costruita attorno a qualifiche formali e pubblicazioni, inquadramenti politici e la certezza di chi sa.
Nel 2012 nacque sua figlia e Jude aveva cominciato a frequentare la scuola del quartiere, quella in cui si ritrovano bambini da case milionarie e bambini che vivono in sei in una stanza, famiglie che vivono in alloggi precari da oltre un decennio. E lì aveva cominciato a parlare con gli altri genitori di quello che si poteva fare insieme.
Era il 2019, c’era Corbyn, un momento di speranza socialista. Avevano fatto campagne, costruito relazioni. Poi Corbyn era stato sconfitto, ma le relazioni erano rimaste. E quando arrivò il Covid loro erano pronti: mutuo aiuto, banco alimentare. A differenza di tutti gli altri gruppi nati durante la pandemia, il loro è sopravvissuto, perché era radicato nelle relazioni, in un’etica di inclusione e nel desiderio di costruire un cambiamento reale per la generazione successiva.
Il collettivo lavora strategicamente con tutte le istituzioni del complesso residenziale: scuole, centro per migranti, housing protetto, l’Alexandra Palace – quel “Palazzo del Popolo” del 1870 che aveva favorito i quartieri più ricchi e trascurato le aree vicine all’insediamento popolare, finché il Covid non ha costretto i poveri a reclamare anche quello spazio pubblico. E qui il punto cruciale: hanno formato ricercatori comunitari e usano la ricerca come strategia di mutuo aiuto e promozione sociale. Hanno mappato i sistemi di approvvigionamento per costruire sovranità alimentare, documentato le condizioni abitative per fare pressione sul Comune, analizzato i percorsi di cura per organizzare il supporto. Hanno persino un programma di “time travel” in cui immaginano i futuri del quartiere attraverso la narrativa speculativa e la mappatura storica digitale, e usano questa conoscenza per dare forma alle loro azioni e chiedere conto al Consiglio comunale.
Jude coordina questo lavoro di ricerca mantenendo collaborazioni con università – Open University, UCL, Birkbeck – ma alle condizioni del collettivo, invertendo il modello tradizionale. Non è più l’università che porta un progetto e poi se ne va coi dati. È la comunità che elabora una propria agenda permanente e che invita gli accademici quando serve, ma il controllo resta al collettivo. La ricerca comunitaria è rigorosa e strategica, serve a difendere diritti, a negoziare, a costruire narrazioni che danno potere ed è radicata in un’etica della cura.
Un giorno, mentre coordinava progetti e si sentiva quella che aiuta, Jude si è ammalata. Quando sul telefono che squillava è comparso il numero di una famiglia in difficoltà ha pensato: sto troppo male, non ce la faccio. Ha risposto comunque, ma la voce all’altro capo non chiedeva aiuto: siamo fuori casa tua, ti abbiamo portato da mangiare, tutta la comunità ha contribuito.
In quell’istante Jude ha capito. Non era lei che aiutava loro. Era parte della comunità. Anche lei, con le sue vulnerabilità. Da quel giorno ha smesso di pensare per progetti, obiettivi, risultati accademici. Ha iniziato a pensare in termini di relazioni a lungo termine, di strategie. La ricerca è uno strumento di attivismo, rigoroso, al servizio della comunità. Ma è anche un modo per comprendere il contesto locale, per valorizzare l’esperienza vissuta delle persone, per portare fondi alle organizzazioni in difficoltà e un po’ di reddito alle persone in sofferenza, per creare spazio in cui gli amici possano riunirsi e si costruisca fiducia e per mobilitare la comunità più ampia in tutta la sua ricca e talvolta conflittuale diversità.
Ogni settimana succede qualcosa che la sorprende, come quando è arrivata una donna della Martinica e ha proposto delle gite turistiche guidate. Jude ha pensato: ma questa non può essere una priorità. Ma le ha detto: proviamo. E la risposta è stata travolgente, soprattutto dalle famiglie musulmane appena arrivate: madri isolate che avevano paura di uscire che improvvisamente avevano trovato un gruppo sicuro.
Ogni venerdì, in quel centro pieno di scatole perché c’è sempre il rischio che venga demolito, in quel posto sgangherato che proprio per questo può essere tante cose, il collettivo si riunisce. Gli accademici che Jude invita devono imparare le regole: non puoi mandare Google Doc, devi tradurre il digitale in carta, o meglio in conversazioni vere e proprie. Ci vuole il triplo del tempo, devi essere presente. Quelli che ascoltano davvero rimangono.
Il collettivo non salverà il mondo, ma ogni venerdì dimostra che la gente può riunirsi e costruire cambiamento. E nella precarietà di quel centro c’è un principio che tiene tutto: la reciprocità. Non carità, non aiuto unidirezionale, ma quella scoperta che Jude ha fatto quando era malata e ha capito che erano tutti a darsi gli uni agli altri, come parte di una trama collettiva.
Ogni venerdì, mentre il mondo divide ricchi e poveri con binari e mappe, dentro quel centro si dimostra che un altro modo è possibile. Non perfetto, non replicabile, ma vivo: fatto di ricerca strategica e pasti condivisi, di lotte per lo spazio e risate, di vulnerabilità e forza comune. Collettivamente, ostinatamente, strategicamente, gioiosamente vivo.
Le date chiave di Jude Fransman
Anni '80 · Infanzia in Sud Africa segnata dall’attivismo anti-Apartheid dei genitori ed esperienze di antisemitismo. Nasce l’interesse per la giustizia sociale.
1997-2007 · Voto contro i Conservatori, un decennio tra Cina, Francia, Tanzania, Vietnam, Thailandia e Messico. Programmi partecipativi ed educazione degli adulti.
2011 · Dottorato sulle rappresentazioni di comunità migranti, un’esperta di studi comunitari!
2015 · Corbyn riaccende la speranza. Impegno nella comunità locale. Disillusione verso la ricerca accademica.
2020-2021 · Covid-19. Co-fondazione rete di mutuo aiuto e programma di ricerca comunitaria. Scopro di non essere affatto un’esperta di comunità!
2050 (2025) · Visione futura a Birmingham. Da ricercatrice solitaria a membro di un collettivo di ricerca comunitaria.
-
— Francesca Cognetti I due binari
-
Francesca Cognetti Quartiere di San Siro, Milano. Vista dall’alto.
Incontro con gli abitanti del quartiere presso il circolo ARCI Fiocchi, Milano.
A sinistra: attività di ricerca, Off Campus San Siro, Milano. A destra: attività di consulenza legale, Off Campus San Siro, Milano.
La sfida rimane aperta: tenere insieme innovazione istituzionale e relazioni ricche di senso e fiducia reciproca con le comunità.
Francesca Cognetti ha imparato a camminare su due binari paralleli. Il primo è San Siro, quartiere di edilizia pubblica di Milano, dodicimila abitanti. Il secondo è il Politecnico di Milano, il più grande ateneo scientifico-tecnologico italiano. - Nel 2011 Francesca è ricercatrice in politiche urbane e madre di due figli che frequentano una scuola elementare al margine di San Siro. È attraverso i compagni di classe dei suoi bambini che tocca con mano una dimensione prima solo teorica. Inviti a casa, pranzi in ambienti umili di quaranta metri quadri dove abitano famiglie di sei persone. Accoglienza generosa in spazi strettissimi, nonostante la povertà. E la scuola luogo della solidarietà e dell’imparare insieme.
Un senso profondo di ingiustizia prende forma nel ripetersi dei giorni. Francesca comincia a costruire, con modalità incrementale.
Nel 2013 organizza Mapping San Siro: una trentina di studenti, otto committenti locali, tre mesi. Al termine, gli studenti dicono che non possono andarsene e nemmeno Francesca può.
L’anno dopo va dal direttore di dipartimento con un’idea. Lui la incoraggia. Trovano uno spazio grazie ad un accordo con Aler Milano – trenta metri quadri su strada – in comodato d’uso gratuito. Il dipartimento paga le spese.
Sembrerebbe poca cosa, eppure fin da subito Francesca formalizza quella presenza: non è solo lei come ricercatrice attivista, è l’università che arriva.
È qui che prendono forma i due binari.
Il primo: almeno un giorno a settimana a San Siro, con il gruppo di ricerca, gli studenti, le relazioni che si costruiscono con abitanti e associazioni. Un lavoro relazionale che misura il tempo secondo criteri che non sono quelli della produttività accademica immediata. Alleanze che sembrano deboli perché non formalizzate, ma solide perché fondate sulla reciproca fiducia.
Il secondo: dal 2016 Francesca è delegata del Rettore per la responsabilità sociale. Ma già dal 2014 lavora con il prorettore Balducci per immaginare insieme un programma di public engagement per il Politecnico.
Dall’iniziale Mapping San Siro, nel 2019 si arriva a Off Campus San Siro, progetto pilota di ateneo. Non più trenta ma centotrenta metri quadri. Un’esperienza pilota che in tre anni genera altri tre Off Campus: nel mercato di via Padova, nel carcere di San Vittore, in una cascina vicino a Corvetto. Quattro hub, e con la rettrice Donatella Sciuto dal 2026 un budget dedicato e un comitato scientifico che definisce piano e prospettive del programma. Nel 2022 l’Ambrogino d’oro.
Ma questo percorso è stato una serie di passi incrementali, di inciampi, di innovazioni procedurali che a volte costano grande fatica. Gli accordi tornano indietro mille volte prima di essere formalizzati. E le procedure per regolare le relazioni informali sono difficili da comprendere e mettere insieme dagli uffici abituati a funzionare in altri contesti.
Francesca ha costruito accordi formalizzati con soggetti diversissimi – dalle associazioni di volontariato all’Università Bocconi, dalla Regione Lombardia, ai piccoli gruppi di quartiere. La gran parte di questi accordi vengono concordati in Senato Accademico. Un modo di dare rilievo istituzionale anche ai soggetti più piccoli. Ha lavorato molto con lo staff tecnico-amministrativo – all’inizio in particolare con Ida Castelnuovo, poi con il Servizio Innovazione e Responsabilità Sociale che segue il programma – per mettere a punto procedure nuove, anche semplicemente perché gli spazi Off Campus potessero avere il wi-fi del Politecnico, o essere trattati come una biblioteca dell’ateneo.
Ha lavorato su diversi tipi di tavoli: tavoli di progetto per la coprogettazione; tavoli di advocacy dove l’università porta la voce di chi normalmente non viene invitato ai confronti istituzionali; e alleanze meno formalizzabili, basate sulla fiducia che sembrano fragili ma la cui forza risiede nella qualità e nel valore delle relazioni. In tutti questi casi il tema è la reciprocità, la dimensione collaborativa arricchisce prima di tutto l’università.
La sfida rimane aperta: tenere insieme innovazione istituzionale e relazioni ricche di senso e fiducia reciproca con le comunità. Con il budget arrivano KPI e le metriche della valutazione formalizzata. Gli atenei, poi tendono a valorizzare solo i successi, ma questi progetti sono pieni anche di inciampi, di fallimenti.
È un percorso che rischia di rallentare le carriere personali. Si scrive di meno quando si coltivano relazioni, quando si dedica tempo – secondo criteri di non immediata produttività scientifica – a costruire con altri.
Non è stata un’impresa solitaria. È stata collettiva. Alla cerimonia di consegna dell’Ambrogino d’oro salgono sul palco in quattro: Francesca, Davide Fassi, Andrea di Franco e Ida Castelnuovo. Francesca coordina con l’antropologo Paolo Grassi il laboratorio di ricerca Curalab, incardinato presso Off Campus San Siro. A Off Campus sono presenti oggi con attività permanenti anche le università Bocconi, Bicocca e Statale di Milano. Non il modello dell’eroe solitario, ma una configurazione di relazioni significative che apre possibilità.
Francesca ha coltivato un senso profondo dell’università come istituzione pubblica chiamata a misurarsi con le sfide sociali più difficili. L’ingiustizia nella sua esperienza per molti ha spesso il sapore della vita quotidiana, ed è a questo livello, che è quello della strada, che ha scelto di posizionarsi. Una università che sta accanto ai soggetti più deboli della città, anche portando la loro voce in altri contesti, quelli dei tavoli dei più forti.
La dimensione collettiva e l’autoriflessività sono un antidoto contro il burnout. Gli studenti rinnovano lo sguardo. Le alleanze proteggono senza costruire armature. E l’università non ha l’aspettativa di risolvere tutto, ma di portare realisticamente e concretamente il proprio contributo attraverso le sue abilità nel generare conoscenza, comprensione, ricerca delle soluzioni.
Francesca ha tenuto insieme i suoi ruoli di madre, cittadina, ricercatrice.
Ha camminato su due binari. I binari continuano, paralleli e vanno nella direzione del cambiamento.
Le date chiave di Francesca Cognetti
2013 · Workshop Mapping San Siro con studenti di architettura. Mappatura sociale e urbana del quartiere, con Beatrice De Carli, Ferdinando Fava, Liliana Padovani, Anna Delera.
2014 · Autorecupero spazio 30 mq a San Siro. Convenzione Politecnico-Aler: presenza universitaria stabile. Lavoro con Maranghi, Ranzini, Solazzi, Orsenigo.
2016 · Delega del Rettore alla Responsabilità Sociale per il Territorio. Sperimentazioni su ruolo università nelle sfide urbane.
2018 · Apertura Off Campus San Siro, primo spazio del programma. Didattica innovativa, ricerca responsabile, co-design per impatto sociale.
2020 · Membro fondatore Comitato APEnet. Promozione Public Engagement università ed enti ricerca.
2022 · Off Campus Politecnico premiato Ambrogino d’Oro.
2023 · Delegata della Rettrice al Programma Off Campus.
2024 · Nasce Curalab con Paolo Grassi. Ricerca-azione su marginalizzazione urbana, scala locale-globale.
2025 · Off Campus formalizzato come Programma di Ateneo per innovazione di prossimità. Quattro hub territoriali, piano triennale.