• — Campsbourne Community Collective Una stanza tutta per noi: convivialità, reciprocità, futuri possibili
  • Kurdish Advice Centre, Haringey, Londra.
    Incontro al Kurdish Advice Centre con il collettivo Campsbourne Community Collective (CCC).
    Housing matters. Gli artisti del quartiere si mobilitano per un futuro migliore.
    Monitoraggio delle disponibilità di alloggi a prezzo calmierato ad Haringey.

    In quell’istante Jude ha capito. Non era lei che aiutava loro. Era parte della comunità. Anche lei, con le sue vulnerabilità.
    Sul confine che divide l’Haringey ricco dall’Haringey povero, dove i binari della ferrovia tagliano Londra in due settori contrapposti, c’è un complesso residenziale popolare che sulla mappa del deprivation index appare come una macchia scura in mezzo al bianco della ricchezza.
  • È lì che ogni venerdì, in un edificio sgangherato che è stato tante cose – centro femminista nero negli anni Settanta, pub operaio, un centro giovanile e ora un centro di consulenza per migranti curdi – si riunisce un collettivo che ha fatto della precarietà la sua forza e della ricerca la sua arma. Il Campsbourne Community Collective – formato da residenti originari dall’Africa, dai Caraibi, dalla Turchia, dal Kurdistan e dal Bangladesh – non ha statuto, non ha gerarchia. Ha una regola: chiunque vive o lavora nel complesso residenziale può venire, proporre, realizzare. E ogni settimana la stragrande maggioranza del gruppo si presenta, perché mangiare insieme è la cosa più importante. Tra chi arriva c’è Jude Fransman. Per molto tempo Jude ha pensato di essere lì per aiutare. Ha un background da migrante politicizzata: i suoi genitori ebrei sudafricani erano attivisti anti-Apartheid, è cresciuta in Scozia ma ha studiato in parte in Giappone dove è stata etichettata come sporca straniera. Dei trascorsi che hanno alimentato l’interesse per la differenza e la connessione e l’hanno guidata nella carriera accademica costruita attorno a qualifiche formali e pubblicazioni, inquadramenti politici e la certezza di chi sa. Nel 2012 nacque sua figlia e Jude aveva cominciato a frequentare la scuola del quartiere, quella in cui si ritrovano bambini da case milionarie e bambini che vivono in sei in una stanza, famiglie che vivono in alloggi precari da oltre un decennio. E lì aveva cominciato a parlare con gli altri genitori di quello che si poteva fare insieme. Era il 2019, c’era Corbyn, un momento di speranza socialista. Avevano fatto campagne, costruito relazioni. Poi Corbyn era stato sconfitto, ma le relazioni erano rimaste. E quando arrivò il Covid loro erano pronti: mutuo aiuto, banco alimentare. A differenza di tutti gli altri gruppi nati durante la pandemia, il loro è sopravvissuto, perché era radicato nelle relazioni, in un’etica di inclusione e nel desiderio di costruire un cambiamento reale per la generazione successiva. Il collettivo lavora strategicamente con tutte le istituzioni del complesso residenziale: scuole, centro per migranti, housing protetto, l’Alexandra Palace – quel “Palazzo del Popolo” del 1870 che aveva favorito i quartieri più ricchi e trascurato le aree vicine all’insediamento popolare, finché il Covid non ha costretto i poveri a reclamare anche quello spazio pubblico. E qui il punto cruciale: hanno formato ricercatori comunitari e usano la ricerca come strategia di mutuo aiuto e promozione sociale. Hanno mappato i sistemi di approvvigionamento per costruire sovranità alimentare, documentato le condizioni abitative per fare pressione sul Comune, analizzato i percorsi di cura per organizzare il supporto. Hanno persino un programma di “time travel” in cui immaginano i futuri del quartiere attraverso la narrativa speculativa e la mappatura storica digitale, e usano questa conoscenza per dare forma alle loro azioni e chiedere conto al Consiglio comunale. Jude coordina questo lavoro di ricerca mantenendo collaborazioni con università – Open University, UCL, Birkbeck – ma alle condizioni del collettivo, invertendo il modello tradizionale. Non è più l’università che porta un progetto e poi se ne va coi dati. È la comunità che elabora una propria agenda permanente e che invita gli accademici quando serve, ma il controllo resta al collettivo. La ricerca comunitaria è rigorosa e strategica, serve a difendere diritti, a negoziare, a costruire narrazioni che danno potere ed è radicata in un’etica della cura. Un giorno, mentre coordinava progetti e si sentiva quella che aiuta, Jude si è ammalata. Quando sul telefono che squillava è comparso il numero di una famiglia in difficoltà ha pensato: sto troppo male, non ce la faccio. Ha risposto comunque, ma la voce all’altro capo non chiedeva aiuto: siamo fuori casa tua, ti abbiamo portato da mangiare, tutta la comunità ha contribuito. In quell’istante Jude ha capito. Non era lei che aiutava loro. Era parte della comunità. Anche lei, con le sue vulnerabilità. Da quel giorno ha smesso di pensare per progetti, obiettivi, risultati accademici. Ha iniziato a pensare in termini di relazioni a lungo termine, di strategie. La ricerca è uno strumento di attivismo, rigoroso, al servizio della comunità. Ma è anche un modo per comprendere il contesto locale, per valorizzare l’esperienza vissuta delle persone, per portare fondi alle organizzazioni in difficoltà e un po’ di reddito alle persone in sofferenza, per creare spazio in cui gli amici possano riunirsi e si costruisca fiducia e per mobilitare la comunità più ampia in tutta la sua ricca e talvolta conflittuale diversità. Ogni settimana succede qualcosa che la sorprende, come quando è arrivata una donna della Martinica e ha proposto delle gite turistiche guidate. Jude ha pensato: ma questa non può essere una priorità. Ma le ha detto: proviamo. E la risposta è stata travolgente, soprattutto dalle famiglie musulmane appena arrivate: madri isolate che avevano paura di uscire che improvvisamente avevano trovato un gruppo sicuro. Ogni venerdì, in quel centro pieno di scatole perché c’è sempre il rischio che venga demolito, in quel posto sgangherato che proprio per questo può essere tante cose, il collettivo si riunisce. Gli accademici che Jude invita devono imparare le regole: non puoi mandare Google Doc, devi tradurre il digitale in carta, o meglio in conversazioni vere e proprie. Ci vuole il triplo del tempo, devi essere presente. Quelli che ascoltano davvero rimangono. Il collettivo non salverà il mondo, ma ogni venerdì dimostra che la gente può riunirsi e costruire cambiamento. E nella precarietà di quel centro c’è un principio che tiene tutto: la reciprocità. Non carità, non aiuto unidirezionale, ma quella scoperta che Jude ha fatto quando era malata e ha capito che erano tutti a darsi gli uni agli altri, come parte di una trama collettiva. Ogni venerdì, mentre il mondo divide ricchi e poveri con binari e mappe, dentro quel centro si dimostra che un altro modo è possibile. Non perfetto, non replicabile, ma vivo: fatto di ricerca strategica e pasti condivisi, di lotte per lo spazio e risate, di vulnerabilità e forza comune. Collettivamente, ostinatamente, strategicamente, gioiosamente vivo.

    Le date chiave di Jude Fransman

    Anni '80 · Infanzia in Sud Africa segnata dall’attivismo anti-Apartheid dei genitori ed esperienze di antisemitismo. Nasce l’interesse per la giustizia sociale.

    1997-2007 · Voto contro i Conservatori, un decennio tra Cina, Francia, Tanzania, Vietnam, Thailandia e Messico. Programmi partecipativi ed educazione degli adulti.

    2011 · Dottorato sulle rappresentazioni di comunità migranti, un’esperta di studi comunitari!

    2015 · Corbyn riaccende la speranza. Impegno nella comunità locale. Disillusione verso la ricerca accademica.

    2020-2021 · Covid-19. Co-fondazione rete di mutuo aiuto e programma di ricerca comunitaria. Scopro di non essere affatto un’esperta di comunità!

    2050 (2025) · Visione futura a Birmingham. Da ricercatrice solitaria a membro di un collettivo di ricerca comunitaria.