— Mara Benadusi Tessere nella lunga durata come scelta vitale
Mara Benadusi a Palazzo Pedagaggi
Dipartimento di Scienze
politiche e sociali, Palazzo
Pedagaggi, Catania. Catania
A destra: mercato “Fera ’ô Luni” a Catania;
a sinistra: incontro con gli
studenti alla “Fera” per una
sessione sperimentale del
corso di laurea magistrale in Antropologia del
Mediterraneo.
Mara con il presidente dell’Associazione CSA al Cantiere Navale Rodilico di Zio Turi, Acitrezza.
Amici del Cantiere Navale Rodolico spostano una barca.
I progetti devono ricevere vita, diventare creature feconde di nuove possibilità, non sterili ingranaggi della competizione accademica.
Diventiamo quel che facciamo, dice Mara Benadusi. E per dare vita ai progetti, alle relazioni, alle trasformazioni – bisogna esserci. Nel tempo lungo. Quello che non corrisponde ai ritmi delle pubblicazioni o ai cicli dei finanziamenti.
Le motivazioni di questo modo di fare ricerca Mara le ritrova negli anni Settanta, a Borgata Fidene. I suoi genitori, con altre famiglie – al seguito di Don Antonio Benazzi, prete che voleva lavorare nelle periferie – si trasferirono in questa borgata fuori dal raccordo anulare di Roma.A Fidene la scuola non c’era. Le famiglie la rivendicarono, la costruirono. Erano impegnati: comitati, doposcuola, servizi. Mara visse lì fino ai quattordici anni, profondamente legata alla borgata ma consapevole delle differenze. La sua era una famigliaborghese, intellettuale, mentre i genitori delle amiche erano operai, edili, falegnami, venditori ambulanti. Si sentiva costantemente in bilico tra due mondi. Questa posizione diventerà la cifra del suo modo di stare nei rapporti, costruendo ponti nelle contraddizioni.
Le piaceva fare teatro. A diciott’anni si iscrisse a una scuola che applicava il metodo di Orazio Costa Giovangigli, basato sulla mimesi. Per tre anni si allenò nella recitazione in coro, nella collettivizzazione di gesto e parola. Voci diverse che contribuiscono allo sviluppo di un’unica vibrazione e di una storia condivisa. Fu una lettura suggerita dal suo maestro di teatro, Giuseppe Manzari, che le fece imboccare la strada dell’antropologia. Quello che le restò del teatro fu l’allenamento e l’approccio pedagogico. La tenacia, il lavorare con gli altri, l’improvvisazione creativa. Lo trasferì in tutto: nei progetti ha sempre cercato gruppi eterogenei, quel canto collettivo con cui intessere relazioni e costruire comprensione comune. Dal 2008, quando si è trasferita a Catania, Mara ha sviluppato una modalità particolare di intendere e praticare il lavoro universitario. La didattica è molto intensa, anche per via della parte sperimentale fuori dall’aula. Esplorare la dimensione del campo, lavorare in gruppo, porsi domande e cercare risposte con empatia e discrezione. I percorsi di ricerca si intrecciano con l’insegnamento. Ha lavorato per anni nei mercati storici della città, la Pescheria e la Fera ’ô Luni, con laboratori didattici e percorsi di mappatura partecipata insieme a ragazzi delle scuole medie, abitanti, ambulanti.Sono cantieri di ricerca che devono avere vita lunga. Occupandosi di disastri e squilibri ambientali e climatici, Mara non riesce a immaginare una fine totale delle esperienze che avvia, dei percorsi, dei legami. Se hai chiesto alle persone di aprire spazi di comprensione reciproca, non puoi pensare che quella responsabilità si esaurisca quando finisce il progetto. Anche al suo primo terreno di ricerca in Sri Lanka torna periodicamente, a distanza di anni. La sua testa va sempre oltre. Quando arrivò in Sicilia fu colpita dalla zona industriale del siracusano con le sue ciminiere fumanti, la contaminazione ambientale. Nel 2014 iniziò un cantiere di studio ancora attivo. Non si reca più sul campo con l’assiduità di un tempo, ma riesce a seguire le trasformazioni in corso perché c’è una sua dottoranda tedesca, Luisa Mohr, che ricuce le fratture in un territorio diviso tra attivisti contro l’industria e chi ha vissuto grazie alla ricchezza del petrolio. Un lavoro sulla riparazione che Mara sognava ma non era riuscita a realizzare pienamente.Passare il testimone, portare avanti ricerche longitudinali – questa dimensione della durata e della tessitura – per lei è fondamentale. Prendersi carico della frammentazione sociale e personale che le contraddizioni implicano: non negarle, ma lavorare pazientemente per ricucire legami attraverso di esse. È questo lavoro di intelaiatura che permette di tenere insieme realtà che sembrano incompatibili, di costruire connessioni dove altri vedono solo fratture.E poi c’è la capacità di avviare progetti competitivi, internazionali. Progetti europei Horizon, consorzi di dottorato Marie Curie – una chiave della competitività accademica. Mara preferisce pensare che questa capacità vada al servizio delle persone e delle comunità, in chiave vitale e germinativa. I progetti devono ricevere vita, diventare creature feconde di nuove possibilità, non sterili ingranaggi della competizione accademica.La sfida è fare in modo che le progettualità – anche quelle con budget, rendicontazioni, complicazioni amministrative – non si chiudano nel tempo limitato del finanziamento ma si inanellino per il lungo periodo. Per gli esiti concreti, per i processi che possono generare, per il significato che esse assumono per le persone. Trovare e infondere un senso profondo anche in quelle attività che sembrano meno significative e in questo modo insufflare vitalità e afflato di largo respiro. Per Mara conta che il suo lavoro serva allo sviluppo di una narrazione sociale da cui possano originare cambiamento ed emancipazione. Come nel coro greco, le diverse voci contribuiscono a un movimento collettivo. Vuole mantenere aperto uno spazio di dissonanza narrativa, trasformandolo in occasione di riflessione. Sostiene che le posizioni rigide ostacolano la comprensione e che per capire davvero bisogna sapersi inserire nelle fenditure della Storia e nelle zone d’incertezza, con sensibilità e grande modestia intellettuale. Nel siracusano, Mara ha incontrato un giovane militante che lottava contro l’inquinamento industriale e la mafia. Un giorno le ha confidato: «Io ce l’ho in famiglia questo tarlo: mio zio… la sua connivenza con la mafia mi ha insegnato cosa significhi quel mondo, e da lì sono diventato quello che sono, non per ripudio ma per riconoscimento nella distanza.» Raccontare queste traiettorie esistenziali non solo in termini di giustizia o ingiustizia significa fare una scelta di presenza. Le cose si capiscono meglio se si esplorano le zone d’ombra, i dettagli minuti e le sfumature della vita quotidiana. Non rappresentare paladini del bene o del male, ma sostare nelle contraddizioni: ecco la vera sfida. Prendere parte, non necessariamente prendendo una parte. Le vite degli altri non è detto rispecchino le nostre vedute personali sul mondo.Se diventiamo ciò che realizziamo, Mara sa nutrire progetti, accompagnarli e partecipare con costanza al loro fiorire. Ha imparato a mettere la capacità di guidare iniziative complesse al servizio delle comunità con cui lavora, favorendo la crescita reciproca nel tempo. In ogni gesto, in ogni relazione, nelle idee condivise. Sa intessere narrazioni collettive, dove anche nelle zone più oscure emergono spazi di autonomia. Vale la pena costruire insieme, sperimentare, ricomporre finché le idee diventano vive, palpitanti. Presenza. Con energia e appassionata vitalità.
Le date chiave di Mara Benadusi
1994-1997 · La formazione teatrale le insegna a conoscere il mondo attraverso corpo, voce e lavoro corale. Da una lettura importante nasce l’incontro con l’antropologia: il corpo come luogo in cui la società prende forma.
1998-2002 · Il dottorato in antropologia dell’educazione affina lo sguardo su come si apprende: attraverso pratiche, relazioni, tempi lunghi. La conoscenza come processo costruito insieme.
2004 · Lo tsunami dell’Oceano Indiano orienta la ricerca verso lo studio critico dei disastri: disuguaglianze, conflitti, potere nei processi di ricostruzione.
2008 · Trasferimento in Sicilia. Nasce l’interesse per i paesaggi industriali legati alla raffinazione del petrolio.
2014 · Avvia una ricerca sul tardo industrialismo e transizione energetica, con pratiche collaborative.
2022-2026 · Progetto europeo BioTraCes. Ricerca-azione nella Valle del Simeto con comunità che difendono il fiume. Pratica condivisa: presenza, confronto, negoziazione.