Nic Dickson
Gruppo di Danza in Cerchio accompagnato da Nic. Annexe Communities, Glasgow.
Visual Inquiry. Note visuali come metodo di coinvolgimento etico, rappresentazione inclusiva, disseminazione efficace.
School of Health & Wellbeing, interno.
Community Hub alla School of Health & Wellbeing dell’Università di Glasgow.
Nic ascolta quello che le donne le dicono con le parole e con i silenzi, con il corpo e con le resistenze, e da lì costruisce qualcosa insieme.
E questa è già una rivoluzione. Nic Dickson tiene in mano una libellula fatta con un cartone di uova, e quando la mostra alle donne nei gruppi c’è sempre qualcuna che dice che è roba da bambini, ma lei non insiste, non spiega, ascolta. Aspetta. E poi sorride: aspettate di arrivare ai glitter, se vi va, perdiamoci un po’.
Non ha un piano prestabilito da imporre. È che ascolta quello che le donne le dicono con le parole e con i silenzi, con il corpo e con le resistenze, e da lì costruisce qualcosa insieme.E questa è già una rivoluzione, perché nella ricerca scientifica tradizionale tutto deve seguire un protocollo rigido, un metodo deciso prima che confonde la rigidità con il rigore, mentre Nic ha capito che il vero rigore sta nell’essere abbastanza flessibili da seguire quello che emerge, abbastanza attente da cogliere l’inatteso e comporlo in qualcosa di sensato. È questo che fa sempre: compone armonia da pezzi che altri non vedrebbero nemmeno come componibili.La sua famiglia le aveva detto di prendere una laurea vera prima di pensare all’arte, e così aveva messo via i pennarelli. Studiò psicologia e sociologia, poi due master. Per anni ha poi lavorato come ricercatrice con questionari prestabiliti, e ogni volta si sentiva come se entrasse, prendesse quello che serviva e se ne andasse, come se quelle persone fossero meri contenitori di informazioni.Il punto di rottura arrivò con le donne rom, quando dovette dar loro un modulo da leggere e sapeva che non potevano leggerlo. A quel punto si disse: non lo faccio più.Durante il dottorato svolse la sua ricerca con giovani donne sopravvissute ad abusi e a traumi infantili, in una charity dove si parlava di organizzare sessioni d’arte. Nic: io potrei insegnare arte. Per sei mesi entrò in quella stanza con dodici donne e materiali artistici, aveva preparato con cura un programma di studio, vagliato con attenzione gli aspetti etici. Ma molte non volevano fare quello che inizialmente aveva suggerito. Così, invece di insistere, pensò che fosse meglio ascoltarle. A volte si divertivano, a volte uscivano, ci si confrontava con situazioni traumatiche, e lei imparava a seguire il ritmo di quello che emergeva. Momenti in cui qualcosa si scioglieva perché aveva saputo aspettare, adattarsi.Fu lì che tutto si ricompose. Scoprì che quello che faceva aveva un nome – “arts-based research” – e che c’erano altre persone che lo facevano.Fino a poco tempo fa Nic ha lavorato alla School of Health and Wellbeing di Glasgow. Continua ad usare le sue capacità di “scrittura visuale” nella sua ricerca soprattutto con le comunità, cattura le loro parole con immagini e le mostra loro. Porta pennarelli e disegna in tempo reale. È un metodo giocoso. Se qualcuno dice che è come tirare un coniglio fuori da un cappello lei disegna un coniglio e tutti ridono.Con donne sud-asiatiche che avevano vissuto violenza domestica usò il collage, e mentre si davano da fare con forbici e riviste, parlavano, e grazie alla distrazione rivelavano cose che non avrebbero mai detto.La storia che ha cambiato tutto iniziò per caso. Adulti in recupero dalle dipendenze: Vieni, parliamo agli studenti di medicina. Nic: Posso disegnarlo? L’idea piacque. Incontrò Lindsay Crawford, una dottoressa che aveva scritto un paper su quegli incontri. Nic: Io ho parlato con la comunità di recupero, questi incontri cambiano la percezione che le persone hanno di sé.Trovarono un finanziamento e per un anno lavorarono insieme. Il risultato fu un libro a fumetti che ora l’NHS England ha adottato per tutte le scuole di medicina del Regno Unito. L’impatto è enorme. Un professore di Edimburgo lo ha definito geniale. Le persone della comunità piangevano quando leggendolo riconoscevano i propri pensieri, idee e talvolta schizzi. Vera co-produzione.Nic è una Grade 7, posizione junior, ha un contratto a tempo pieno di quattro anni, ma senza garanzie, tre figli, ha iniziato tardi. Ma proprio questa precarietà, invece di paralizzarla, l’ha resa capace di comporre percorsi dove altri vedrebbero frammentazione. Non ha mai avuto il lusso di un piano a lungo termine, così ha imparato a stare nell’inatteso, a prendere quello che c’era e a tessere insieme questi fili apparentemente sconnessi in qualcosa di coerente e positivo. Per sé e per gli altri. È la stessa capacità che usa nella ricerca: ascoltare quello che emerge, adattarsi, comporre armonia. Quando, recentemente, è uscito l’annuncio per un ruolo di “Community Embedded Researcher” – quattro anni a Stirling – cinque persone le hanno scritto: nessuno ha queste competenze, tranne te. Al colloquio, Nic ha deciso di seguire il suo approccio: ascolterò, mi adatterò. Ha ottenuto il posto.Quello che Nic fa è ascoltare. Entra: sono Nic, sono qui per imparare. Racconta di sé, che ha tatuato banane, che ha tre figli. E ascolta. Se le parlano del vicino rumoroso quando lei vorrebbe chiedere del cancro, ascolta del vicino rumoroso, perché sa che quello è il punto di partenza, che non si può imporre un percorso dall’alto. Ascolta e poi si adatta, cambia strada. Se qualcuna dice che i pennarelli sono roba da bambini, non insiste, prova il collage. Se il collage non funziona, prova altro. È questa flessibilità attenta, questo seguire il filo di quello che emerge invece di imporre un metodo rigido, che le permette di arrivare dove la ricerca tradizionale non arriva.Qualcuno le ha regalato un astuccio e lei ci ha scritto sopra il suo nome perché era eccitata. Le porta gioia, ama i pennarelli, ama le libellule fatte con i cartoni.C’è qualcosa di sovversivo in questa gioia. Di recente ha presentato a Praga il suo lavoro nella “Communiversity” dove quindici membri della comunità sono stati formati per diventare ricercatori tra pari, parlando delle difficoltà incontrate. Il feedback: finalmente qualcuno che ammette che le cose non vanno sempre secondo i piani.Nic: ho sempre cercato il mio posto, ho sempre voluto usare le arti e lavorare con le persone, ma non sapevo quale fosse il lavoro che potesse contenere tutto questo, e ci è voluto tempo per capire che dovevo inventarlo io.I pennarelli sono fuori, le libellule pronte. Nic ha trovato il suo posto, un modo di fare ricerca che tiene insieme rigore e cura e presenza, attraverso la gioia, che è il suo contributo: aver dimostrato che la gioia non è il contrario della scienza ma può essere il suo metodo più rigoroso.
Le date chiave di Nic Dickson
1998 · Volontariato con donne con problemi di salute mentale. Scopre il potenziale trasformativo della creatività.
2002 · Scottish Community Development Centre. Dopo viaggi in India, Africa e Sud-est asiatico facilitatrice del cambiamento comunitario.
2008-2012 · Nascita dei tre figli. Esperienza gioiosa e faticosa che ridefinisce la sua comprensione di resilienza, cura e apprendimento.
2016-2023 · Dottorato a Glasgow, ricerca partecipativa basata sull’arte con donne senza dimora e sopravvissute a traumi.
2023-2025 · Ricercatrice a Glasgow.
2024-2025 · Chair di SCUTREA e nuovo ruolo a Stirling. Convergono decenni come artista, educatrice e attivista per la giustizia sociale.